06/04/2017

LA FABBRICA DEL TALENTO IL NUOVO SINGOLO DEI 2ELEMENTI

L’ultimo progetto dei 2eleMenti nasce come un inno alla creatività artistica ed uno sprono per i giovani musicisti a raggiungere i loro sogni. Le uniche regole sono l’impegno, la costanza e la caparbietà nell’obiettivo che si vuole perseguire, perché non è vero che il successo, in special modo quello musicale, sia semplicemente una coincidenza immeritata, raggiungibile da tutti, ma è una meta sudata, dopo un lungo percorso in cui l’unico motore è la passione.

Il brano dei 2eleMenti non vuole essere quindi una critica ai talent show, che la televisione odierna ci propina continuamente, ma il suo significato è molto più profondo ed oscuro di quanto si possa immaginare. Il soggetto della canzone, che è appunto la Fabbrica, si configura così come la metafora della standardizzazione di qualsiasi prodotto, anche della musica. Tra la linee si può infatti avvertire una certa malinconia nei confronti dei meccanismi moderni in cui è immersa la discografia italiana, la quale si nutre dell’ingenuità degli artisti offuscandone qualsiasi caratteristica attraverso false speranze di successo, con l’obiettivo di creare un prodotto commerciale e vendibile.

2eleMenti è un progetto nato nell’estate del 2013 da un’idea di Vito e Vito, due musicisti ma, ancora prima, due amici che da sempre condividono la passione per la musica.

Il nome 2eleMenti è un gioco di parole che vuole sottolineare non solo l’originalità e l’anticonformismo dei loro pezzi, ma anche i diversi aspetti delle loro personalità. 2eleMenti simboleggia il connubio tra due menti e racchiude l’essenza stessa del duo: due individui vicini per la loro passione ma pur sempre opposti nel loro modo di interpretarla. Due personaggi – sinonimi e contrari – due lati opposti di una stessa medaglia: la musica.

Le loro idee, sostenute da una forte simbiosi a livello musicale e personale, si trasformano in brani Pop/Rock che lasciano udire in sottofondo una costante ricerca a livello sonoro e una forte attenzione per la componente musicale.

… Due talenti della superficie, irridenti e consapevoli.

Inutile nasconderselo; viviamo la fase conclusiva, quella più disillusa – forse -, quella più decadente – di sicuro – dell’era della Pop Society, celebrata nell’America degli anni sessanta, replicata meccanicamente in Europa ed in Italia; con l’era pop, l’opera d’arte ha cominciato a relazionarsi quotidianamente con la società dei mass media, delle merci e del consumo, fino a quando, in una spirale inarrestabile di bulimia mediatica, l’artista stesso è diventato oggetto di consumo, finendo per coincidere con la sua opera d’arte.

Avevamo già da tempo detto addio alla bellezza quale fine ultimo della ricerca artistica, sostituendo la venerazione del creato con la venerazione del mercato; ma l’opera d’arte che si fa carne e forma nell’artista che la rappresenta, offrendosi al mondo che lo osserva, è il capovolgimento dell’idea di visibilità che ha accompagnato l’arte nei secoli: non più arte come sapienza, capacità, scoperta del senso delle cose, ma arte come esposizione del sé, venerazione dell’effimero, celebrazione dell’essere visibile.

Il nostro tempo è malato di dipendenza dalla visibilità. Esistiamo solo se qualcuno ci vede, siamo vivi se offriamo la nostra carne al demone dell’apparire. E’ un processo irreversibile del nostro concepire l’arte e la vita? Non lo so; so però che ognuno di noi almeno una volta ha sentito il bisogno di difendersi, di riappropriarsi della sua verità più intima, più profonda.

Per bene difendersi, occorre possedere la capacità di essere irridenti e consapevoli, come quella che dimostrano di avere in quest’opera – musicale, ma anche narrativa e fumettistica – due ragazzacci di provincia, due elementi per l’appunto.

Dalle nostre parti, nel sud d’Italia che è poi anche sud del mondo occidentale, definire elemento un ragazzo significa dargli la patente di unicità, di uno fuori dai canoni, non omologato, quindi non comprensibile ai più. I miei “due amici elementi” raccontano, nella loro opera – se d’arte, si vedrà -, di come oggi il talento non sia più considerato una vocazione innata, una propensione, una qualità divina che rende simile agli dei chi ne fa sfoggio; il talento oggi è trattato come qualcosa assimilabile ad un oggetto di fabbrica, una sorta di banale output di una catena di montaggio.

I due trattano il talento quasi fosse l’ultima conquista, ancora non realizzatasi, del nostro morente capitalismo e lo fanno a trent’anni esatti dalla scomparsa dell’artista che meglio di ogni altro ha saputo farsi interprete della Pop Society, Andy Warhol. Il culto dell’apparire sintetizza in pieno il mondo raccontato da Warhol, dove ogni persona prima o poi avrà i suoi cinque minuti di gloria, di visibilità, di esistenza massmediatica; d’altronde tutto può essere un’opera d’arte, perché tutto è replicabile, tutto è ready made, pronto per essere esposto.

“Se volete sapere tutto di me, vi basta guardare la superficie dei miei quadri, dei miei film, della mia persona. Ed è lì che io sono; dietro di me non c’è niente”.

Una delle frasi più celebri di Warhol calza a pennello per l’opera dei mie “due amici elementi”; con ironia e consapevolezza loro dichiarano quanto l’arte oggi sia semplicemente un affare di superficie, una creazione che non necessita di profondità e quindi di tempi lunghi, una seduzione di una grande bellezza che nulla concede al trasporto della passione, un esercizio estetico della capacità tecnica separata da ogni implicazione di senso.

Una fabbrica del talento, per l’appunto… Giuseppe Romaniello (scrittore)

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