19/04/2019

Lo Strano Caso di Nico Gidori CAPITOLO VI “I Dieci Comandamenti”

Capitolo VI

 

Nico passò le due settimane seguenti a letto, dal quale si alzava solo per andare in bagno e per consumare quei risicati pasti che che servivano alla sua misera sopravvivenza.

Ormai trascorreva intere giornate a passare in rassegna la sua intera esistenza e i motivi per cui tutti i suoi progetti di vita fossero naufragati, ma soprattutto come sarebbero andate le cose se avesse agito in maniera differente.

La sua testa era ormai una sorta di giostra, dove pensieri e ricordi si rincorrevano di qua e di là senza sosta, e il suo compito era semplicemente quello di cercare di individuare ciò che poteva sembrare interessante in quel marasma generale.

Un giorno in particolare riuscì ad entrare in uno stadio di riflessione così profondo che gli permise di far riaffiorare alcuni particolari della sua vita che aveva completamente rimosso.

Si ricordò di quando Rebecca gli poneva insistentemente la questione del matrimonio e lui, cosciente del poco denaro che avevano entrambi a disposizione, rispondeva sempre in maniera negativa, agendo con totale noncuranza del fatto che essa soffrisse di quella situazione e, probabilmente, il fatto che avesse ceduto alle avances di Rocco fosse dovuto ad una debolezza legittimata da una necessità, la necessità di essere madre e di perseguire il suo obiettivo di vita.

«Ti perdono, Rebecca» sibilò a bassa voce, senza neanche rendersene conto.

Pensò al giorno della morte di sua madre – avvenuta qualche mese prima – che visse drammaticamente, pensando a quante cose non avesse voluto o potuto condividere con lei. E ricordò anche che proprio in quel giorno aveva promesso a sé stesso di dedicare più attenzioni ai propri familiari e alle persone che reputava più care, e a come, pochi giorni dopo il lutto, avesse ricominciato a pensare esclusivamente ai propri interessi.

Le lacrime scorrevano lungo le sue gote, e non poté far altro che sorridere mestamente.

E infine ricordò i suoi amici d’adolescenza, con cui aveva trascorso innumerevoli serate a sognare in maniera infantile sul suo futuro. Tutto questo gli mancava.

All’improvviso si tirò su dal letto, il suo fiato era diventato ormai corto, aveva iniziato a sudare freddo ed era completamente in preda al panico: era solo, solo nel deserto della sua esistenza.

Cominciò a girare intorno per tutto il seminterrato.

«Devo fare qualcosa, non può certo finire così, dovrò pur lasciare un segno della mia esistenza, devo riparare a tutto il dolore che ho causato a me stesso e agli altri» pensava scandendo i passi con grande fretta.

Si sedette alla scrivania, strappò un foglio bianco dal blocco ed iniziò a scrivere:

Le innumerevoli incoerenze e le numerose filosofie di pensiero che permeano l’animo

dell’uomo moderno perdono ogni giorno un po’ di virtù. Per questo motivo, dopo aver

cercato per numerosi anni un ideale al quale la mia coscienza potesse appellarsi e non

avendone trovato alcuno, dopo innumerevoli riflessioni traggo oggi i miei principi.

 

  1. La libertà di pensiero è un diritto inviolabile, per cui non mi adeguerò mai a un pensiero altrui se lo riterrò immorale e inopportuno

 

  1. Risponderò a tono ogni qual volta una persona proverà a convincermi sulla validità di un suo punto di vista, fatta eccezione della mia famiglia e di condizioni di lavoro subalterno.

 

  1. Sarò corretto con tutte le persone che conosco, e sarò severo verso le mancanze di rispetto nei miei confronti e della mia famiglia.

 

  1. Sarò sempre puntuale e rispetterò sempre la parola data.

 

  1. Non mi farò spaventare dalle frustrazioni o dalle angosce che talvolta assalgono il mio animo, le ascolterò e le sconfiggerò.

 

  1. Non perderò tempo in cose inutili o con persone che non portano arricchimento alla mia esistenza.

 

  1. Rispetterò la mia dignità e, se verrò offeso moralmente, ne prenderò atto e mi comporterò di conseguenza.

 

  1. Sarò sempre lucido nelle mie decisioni, mostrando fermezza e tenacia. Se non sarò

convinto lascerò la mia posizione immutata.

 

  1. Quando sarò pecora sarò nera, quando sarò pastore sarò bianco.

 

  1. Mi terrò lontano da tutto ciò che possa creare dipendenza.

 

Dopo aver redatto i punti basilari che, da quel momento in poi, avrebbero caratterizzato la sua esistenza, Nico provò un senso di svuotamento misto ad ebbrezza. Si sentiva rinato. Promise a sé stesso che non sarebbe caduto nuovamente in fallo, e decise di mettersi di nuovo all’opera.

Il giorno dopo si levò di buon’ora e si diresse al negozio di telefonia che si trovava a pochi metri dal suo seminterrato. Era intenzionato – finalmente – ad acquistare un abbonamento per quello che sarebbe stato, da quel giorno in poi, il suo principale strumento di lavoro e la porta per tutte le nuove possibilità che gli sarebbero potute aprire innanzi:

un personal computer con connessione ad internet.

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