15/04/2019

Lo Strano Caso di Nico Gidori Capitolo IV “La Consapevolezza”

Capitolo IV

 

Erano le prime ore pomeridiane di un fresco giorno di primavera, quando Nico chiuse i battenti della sua casa in via Eden e, con la mente in un vortice di pensieri, cominciò a caricare i bagagli nell’auto dei propri genitori.

Ripercorse in un istante il periodo trascorso lì: si era laureato in giurisprudenza con un voto più che dignitoso, aveva conseguito un master in management, diverse certificazioni di lingua inglese e aveva già alle spalle numerose pubblicazioni sulle testate più rilevanti del settore.

Così, pochi giorni dopo il suo rientro ad Assarì, cominciò ad inoltrare numerose richieste a tutte le aziende che conosceva; un periodo che reputava, a suo modo felice. Appena sveglio la mattina, lo attendevano sulla sua scrivania una spremuta d’arancia – rimasta intonsa da quando si era trasferito in città – ed una sigaretta che a volte lasciava cadere la sua cenere sui numerosi fogli che compilava e lo costringeva a ricominciare tutto daccapo.

Non aveva molto tempo, di questo era consapevole, i genitori ormai erano vicini al pensionamento e continuavano a lavorare solo per sostenere, con grandi sacrifici, il suo futuro. Poi c’era Rebecca, la quale era sempre rimasta lì ad Assarì, aspettando con ansia il giorno del suo ritorno per poter dare il via al loro progetto di vita.

Intanto i giorni passavano e di risposte da parte delle aziende contattate nessuna traccia, tant’è che Nico stava seriamente iniziando ad interrogarsi sul da farsi.

Ma una mattina, che almeno inizialmente si preannunciava monotona come quelle trascorse, ecco che una melodia ruppe l’equilibrio della casa: era la suoneria del vecchio telefono a muro – probabilmente utilizzato poco più di una decina di volte nella storia della famiglia – e Nico quasi volò per andare ad alzare la cornetta.

«Dottor Gidori, lei è stato selezionato tra i numerosi candidati che hanno presentato domanda per un colloquio preliminare presso lo studio legale Ciler.»

Quasi senza rispondere, Nico posò la cornetta e si lasciò andare sul vecchio divano foderato in pelle. Il momento era giunto, ora bisognava prepararsi al meglio per il colloquio.

Rebecca fu un toccasana in quei giorni d’attesa, dacché, sebbene l’avesse sempre reputata inesperta in queste cose, fu lei a consigliarle modi e maniere per presentarsi al meglio alla selezione. E in effetti un Nico raggiante, dalla capigliatura ben pettinata e con una giacca nuova perfettamente spazzolata, scese dal treno che conduceva in città e si dirisse freneticamente verso la sede dello studio legale Ciler, locato presso un palazzo degli anni ‘60, segnato dal tempo ma che manteneva inalterato il suo carattere signorile.

Venne ricevuto dalla segretaria, la quale, dopo averlo identificato, lo introdusse nell’ufficio del dottore.

La stanza era piccola, ma ben arredata in stile liberty, e il dottor Armando Ciler – così recitava la targa sulla scrivania – campeggiava come un monarca sulla sua poltrona in pelle scura. Dopo che ebbe preso posto, il colloquio iniziò e Nico, che non mostrava alcun segno di insicurezza, rispose serenamente a tutte le domande del suo interlocutore il quale, mentre gli spiegava la dinamica lavorativa, continuava ad elargire larghi sorrisi e ad allargare le braccia, come se avesse già voluto prendere Nico sotto la sua ala protettiva.

L’atteggiamento del dottor Ciler lo indusse ad ignorare anche la domanda riguardo le esperienze lavorative, alla quale Nico – ovviamente – fu costretto a rispondere negativamente, ma d’altronde tra laurea, master, pubblicazioni…come avrebbe mai potuto averne?

Per cui diede poco peso alla questione, reputandola una semplice domanda di routine, e con una vigorosa stretta di mano salutò il dottore e si avviò verso l’uscita.

Alla prima boccata d’aria fresca, cercò di realizzare ciò che era accaduto; il solo fatto di essere stato in quello studio, di aver respirato quell’aria, lo rendeva felice. Già immaginava il suo ufficio, con la sua scrivania in ciliegio e la sua poltrona in pelle simile a quella del dottore. Avrebbe potuto metterci anche un acquario, ed una serie di piantine grasse per rendere l’ambiente il più sobrio possibile.

Corse alla prima cabina telefonica con passo da centometrista, e non perdette un attimo per chiamare i suoi genitori e la Rebecca, per raccontare loro la sua esperienza. E a nulla valsero i loro reiterati tentativi di riportarlo con i piedi per terra, non riusciva proprio ad accettare il loro sudicio realismo, almeno non adesso che aveva toccato il suo sogno con un dito.

Eppure, nei giorni successivi al colloquio, né una lettera, né una chiamata giunsero dallo studio del dottor Ciler. I vani tentativi di mettersi in contatto con lui erano ridotti alla voce della segretaria che rassicurava Nico riferendogli che, purtroppo, il dottor Ciler era un uomo molto impegnato e che prima o poi avrebbe richiamato, quindi non doveva portare altro che tanta pazienza.

Senonché, trascorsa ormai più di una settimana, una mattina, di buon’ora, dal fondo del viale udì il campanello della bicicletta del postino ‒ che ad Accarì consegnava solo una volta ogni settimana ‒ e, precipitatosi lungo le scale, lo vide con in mano il trofeo tanto agognato: una missiva intestata “Studio legale dott. Ciler”.

Mai aveva odiato in tal modo la carta intestata, a giudicare dalla cattiveria con cui strappò via l’involucro della lettera. E, voracemente, lesse ad alta voce e tutto d’ un fiato:

 

Spett.le dott. Gidori,

con la presente ci duole comunicarle che la sua candidatura non è andata a buon fine poiché le sue qualifiche sono state reputate troppo elevate per l’incarico che avremmo voluto assegnarle.

 

Cordiali saluti.

 

Dott. Armando Ciler

 

Con gli occhi lucidi, accartocciò la lettera e la lanciò con forza al di fuori della finestra.

Non poteva credere a ciò che aveva letto: «le mie qualifiche sono troppo elevate?» gridò con forza.

Ormai erano trascorsi più di quattro mesi dal suo rientro ad Assarì, e il limite di sopportazione di quella vita paesana era stato oltrepassato.

Nel frattempo era venuto a conoscenza del fatto che Rocco – il rozzo ed ignorante Rocco – aveva ottenuto dei fondi per ampliare l’azienda agricola del padre, mentre Marco – laureato in lettere – aveva ottenuto la cattedra di latino e greco antico presso il liceo cittadino, mentre lui – l’ambizioso ed iper-qualificato Nico – doveva elemosinare un misero lavoro come apprendista.

Cosa avrebbe dovuto fare ora? Sarebbe volentieri tornato in città – forse trovarsi in loco gli avrebbe permesso di cercare lavoro più rapidamente – ma con i pochi denari che potevano passargli i genitori come rendita mensile probabilmente avrebbe potuto affittare solo un vecchio scantinato polveroso.

Anche Rebecca iniziò a risentire di questa situazione – come se fosse trasportata nel vortice di disperazione che Nico iniziava a creare intorno a sé – e perse il suo lavoro presso il bar del paese; paese che nel frattempo aveva accolto una nuova star, quel contadino di Rocco – così l’aveva sempre soprannominato – che ormai non perdeva occasione di sfrecciare sul corso principale con la sua Mercedes nuova di zecca e che era diventato argomento di conversazione sulle bocche di ogni abitante di Assarì, ed anche di Arnaldo e Alice che non perdevano occasione per rinfacciare al figlio quanto il suo amico si fosse dato da fare per arrivare sino a quel punto.

Nico non riusciva proprio ad ingerire questo boccone:

«Mi avete sempre ripetuto quanto fosse importante “portare avanti un percorso di studi” per “diventare la classe dirigente del domani”, ed ora mi criticate perché avrei dovuto fare il contrario?» gridava ormai ogni sera, quando la famiglia si riuniva a cena.

Decise che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto reagire,e se il modello di riferimento ormai era Rocco, allora avrebbe fatto come lui.

Iniziò quindi a lavorare come addetto alla vendite del vivaio proprio per l’azienda agricola dell’amico, e con lui Rebecca, che assunse le mansioni di segretaria.

Rocco si dimostrò un superiore molto intransigente, e ciò non fece altro che contribuire al senso di frustrazione di Nico – il suo senso dell’onore non gli permetteva di reputare superiore una persona molto meno istruita di lui – il quale continuava a mantenere il lavoro nella speranza che il denaro accumulato bastasse per poter ritornare in città, prendere in affitto un appartamento dignitoso e ripartire con il suo ambizioso progetto. Ma, nonostante tutto, si ritrovò presto a fare i conti con il destino.

Una sera, mentre stava chiudendo il vivaio dopo una giornata molto intensa di lavoro, sentì dei gemiti provenienti dall’ufficio di Rocco. Ormai era abituato a quei rumori, sapeva bene che il suo amico, da quando aveva assunto quella posizione di potere, non perdeva mai l’occasione di cercare un po’ di ristoro tra le gambe delle donne del paese, a maggior ragione di quelle già impegnate, come se queste conquiste servissero a rafforzare la sua posizione di presunta superiorità nei confronti dei suoi compaesani.

Eppure quella sera una certa curiosità lo spinse a spiare dalla fessura della finestra lasciata aperta dell’ufficio, una scelta di cui dovette presto pentirsi.

La donna eletta da Rocco in quella tiepida serata primaverile altri non era che la sua Rebecca, corrotta probabilmente da chissà quali promesse che il rozzo contadino elargiva continuamente affinché le donne si convincessero a concedersi a lui.

Lasciò cadere il mazzo di chiavi del vivaio per terra, totalmente fuori controllo dei muscoli dei suoi arti superiori. La misura era ormai colma. Il giorno successivo sarebbe partito con il primo treno per la città, a costo di alloggiare nel più polveroso dei seminterrati che poteva permettersi con i pochi denari che aveva risparmiato nel tempo. Per Nico non c’era più spazio, nel paese di Assarì.

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