10/04/2019

Lo Strano Caso di Nico Gidori Capitolo II “La Scelta”

Poiché il nostro scopo non è certo quello di elencare tutte le attività in cui si cimentò Nico nei primi anni della sua esistenza ‒ e delle quali l’esito ci pare abbastanza prevedibile ‒ condurremo il lettore direttamente agli anni della sua adolescenza.

Dopo vari tentennamenti e consulti con i propri genitori, Nico decide di iscriversi al liceo classico, un’esperienza che gli frutterà un voto mediocre sul diploma ‒ «carta straccia» ‒ ma soprattutto un ricordo che definirà sempre come gli “anni trascinati della mia vita”, come se il suo scopo principale fosse sempre stato più grande di un banale diploma, una sorta di missione speciale che gli era stata assegnata ma il cui significato era ancora tutto da scoprire. Di una sola cosa era sempre stato certo: questo stato di mediocrità in cui si ritrovava a galleggiare era dovuto all’ambiente sterile e provinciale in cui viveva, e perciò non tardò molto a convincersi che, per il suo percorso universitario, avrebbe dovuto trovare una facoltà lontana da casa.

La stagione estiva perciò – a differenza di quella dei suoi coetanei che la trascorsero chi partendo per l’agognata vacanza post-diploma, chi oziando e trascorrendo diverse ore nel bar del paese – per Nico si trasformò in un gigantesco calderone in cui quotidianamente riversava l’enorme mole delle sue riflessioni: «Dovrò continuare a deludere i miei genitori, a comportarmi come un eterno adolescente che non sa ciò che vuole dalla propria vita?».

Senza dubbio Nico mostrava una maturità fuori dal comune per la sua età e proprio le sue grandi capacità critiche, unite ad una buona dialettica che lo aveva sempre contraddistinto tra i suoi compagni di liceo, lo convinsero che gli studi di diritto sarebbero stati la scelta migliore.

Con il passare dei giorni e l’avvicinarsi del mese di settembre – la linea spartiacque della mia vita ‒ l’unica cosa che riusciva a focalizzare nella sua mente, piuttosto che le ore di studio che avrebbe passato a preparare l’esame di diritto privato, era una toga nera, perfettamente stirata. D’altronde i suoi genitori gli avevano sempre ribadito che sarebbe potuto diventare chiunque avesse desiderato, quindi cosa c’era di male a pensare già di esserlo?

«Non vorrai fare certo la fine del tuo amico Rocco» continuava a ripetergli la madre la sera, quando la famiglia era riunita a cena e Nico, quasi per scherzo, ipotizzava di abbandonare il suo progetto e dedicarsi ad un lavoro più umile «Cosa farai nella vita, il bidello forse?».

E in effetti la madre non poteva avere tutti i torti, cosa avrebbe mai potuto fare nel ventunesimo secolo con il solo diploma, quando anche il semplice lavoro di postino richiedeva il possesso di una laurea? Avrebbe, però, potuto dedicare il suo ingegno allo studio delle materie umanistiche…

«Letteratura? Storia? Materie umanistiche? Già solo i nomi mi fanno ridere» sogghignava riflettendoci più a lungo.

Più si avvicinava il momento fatidico dello spartiacque e più nella mente di Nico cominciavano a balenare idee che mai prima aveva considerato. Si immaginava a bordo di una Porsche, di ritorno nella sua Assarì, e Rocco che gli lavava i vetri e tutti gli anziani che si alzavano – evento rarissimo – dalle sedie del bar per guardare lui, Nico…

Tra questi pensieri, l’estate trascorse veloce e finalmente settembre venne, per portare via da Assarì l’estate ed, insieme, il suo abitante più ambizioso.

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