07/04/2019

Lo Strano Caso Di Nico Gidori Capitolo I “E fu così che tutto ebbe inizio”

Lo Strano Caso di Nico Gidori

 

Quella che narreremo qui è la storia di un uomo, in tutto e per tutto simile agli altri uomini (sebbene molti saranno restii a riconoscersi in lui), il quale, tra voglia di riscatto ed una nostalgica letargia, da anni ormai porta avanti una vita senza soluzione di continuità.

Capitolo I

 

Nico Gidori nacque la notte del 23 febbraio del 1992, una giornata che i più anziani abitanti del piccolo paese di Assarì, suo paese natio, non mancavano di ricordare essere stata una delle più gelide da molti decenni a quella parte.

Figlio di Arnaldo, solerte ed operoso direttore dell’unica banca del paese ‒ avreste dovuto vedere con quale orgoglio egli si pavoneggiava del modo in cui avesse portato un po’ di «sana e moderna economia» in un paese di «bruti» agricoltori ‒ e di Alice Stelvio, impiegata alle poste e madre premurosa seppur distratta, il ragazzo sin dall’infanzia dimostrò un’attitudine, per così dire, “poliedrica”, sebbene il suo multiforme ingegno non fu accompagnato sin da subito dalla costanza richiesta da tutte le attività in cui decideva di cimentarsi.

In un primo momento, infatti, Nico si appassionò al mondo degli sport: prima il calcio ‒ abbandonato per il semplice quanto banale motivo che l’allenatore della sua squadra l’aveva sempre relegato al ruolo di panchinaro subalterno ‒ poi il karate, una scelta figlia dell’emulazione nei confronti del suo amico più prezioso d’infanzia ed anche quest’ultima abbandonata dopo pochi mesi, dopo aver scoperto quanto impegno e dedizione richiedesse tale disciplina.

Una sera d’inverno, poi, una delle tante trascorse lentamente a sfogliare le riviste del padre sul divano, ecco che un ritmo incalzante colpì la sua attenzione: la televisione lasciata accesa dalla madre trasmetteva proprio in quel momento il live di un noto chitarrista blues, Eric Farley. Nico rimase impressionato, e forse non tanto per l’effettiva abilità dell’esecutore, quanto per una moltitudine di forse cento-duecentomila persone che accompagnava ‒ chi con le mani, chi ondeggiando il proprio corpo, chi con urla avvertibili anche dai telespettatori ‒ il perfetto tappeto musicale che Farley stendeva con il movimento delle sue mani e che l’aveva costretto ad abbandonare l’ozio delle sue riviste per fiondarsi davanti al televisore.

“Diventerò il migliore musicista al mondo” fu il primo pensiero di Nico, di cui non riusciamo proprio a celare lo spirito ambizioso che lo accompagnò sin dai primi giorni della sua vita. Eppure l’ambizione spesso rivela scelte improvvide, e neanche il miglior maestro di chitarra del paese, tale Tommaso Baldo, lo riuscì a convincere del fatto che per dedicarsi allo studio della musica bisogna dedicarle tempo e attenzioni costanti.

In ultimo sopravvenne la passione per la fotografia. Bastò una giornata passata in solaio,  scavando tra miriadi di scatoloni accatastati in disordine lungo le mensole polverose, a permettere il ritrovamento di uno dei più preziosi tesori che nel tempo era stato lasciato lì dimenticato: una vecchia fotocamera reflex manuale, probabilmente appartenuta a qualche membro della famiglia. E il talento certo non mancò al nostro Nico, se appena dopo due mesi e decine di rullini utilizzati, riuscì addirittura ad ottenere l’ambito premio “Piccoli Fotografi” indetto dalla Pro Loco di Assarì e che gli permise l’accesso gratuito ad un corso professionale di fotografia. Ed ecco lì, onnipresente, l’ostacolo insormontabile che tanto aveva svilito qualsiasi sua ambizione di successo.

“Ma è possibile che anche i fotografi studino così tanto?” pensò Nico nel corso delle prime lezioni, ed anche il sogno di diventare un novello Cartier-Bresson tornò a rifugiarsi, veloce come si era idealizzato, nel buio di un cassetto ormai colmo.

Arnaldo e Alice, in ogni caso, mai avevano mancato di favorire ogni scelta del figlio ‒ e certo noi non sentiamo l’esigenza di criticarli per questo ‒ e anzi il padre, convinto sostenitore di una sorta di new school educativa (Nico, ovviamente, non mancava mai di ridere alla pronuncia inglese un po’ “eccentrica” di Arnaldo) credeva fermamente che la libertà di scelta fosse un viatico sicuramente più valido rispetto all’utilizzo, ad esempio, di punizioni violente o restrittive e che il ragazzo, crescendo, proprio grazie alle tante esperienze accumulate sarebbe giunto alla consapevolezza della strada giusta da seguire.

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